
Era domenica mattina quando mi ha chiamato una volontaria dell’Unità di Strada della Comunità Papa Giovanni XXIII, un’associazione con cui collaboriamo da qualche tempo e con cui condividiamo, talvolta, le storie di chi incontriamo.
Mi ha parlato di un uomo. Italiano, senza dimora, solo.
La sera prima era stato dimesso dal Pronto Soccorso dopo una caduta. Forse aveva bevuto troppo. Aveva alcune fratture costali, composte, dolorose: ogni respiro profondo gli causava male al petto. Aveva chiesto degli antidolorifici.
Ho preso il fonendoscopio, una scatola di paracetamolo, e mi sono fatto dare qualche indicazione: un numero di telefono, una descrizione approssimativa del luogo in cui avrei potuto trovarlo.
Poi sono andato. E l’ho trovato.
Con sé aveva il foglio di dimissione in cui erano documentate le fratture.
Mi ha spiegato cosa gli era successo e i sintomi che aveva; gli ho lasciato qualche compressa di paracetamolo. L’ho invitato a passare nel nostro ambulatorio, presso la Caritas, il giorno dopo. Oppure di tornare in Pronto Soccorso se qualcosa fosse cambiato.
Poi sono rimasto lì ancora un po’, con lui.
Mi ha raccontato che ha un parente stretto, qui a Forlì. Ma non può stare da lui.
Il giorno dopo non si è presentato in ambulatorio.
Dal punto di vista medico, è stato un intervento molto semplice. Una visita breve, un analgesico, qualche indicazione. Eppure quella mezz’ora mi ha lasciato addosso alcune domande.
Quell’uomo vive in strada a Forlì da tempo: perché non sapeva che esistesse il nostro ambulatorio solidale? Neppure i colleghi del Pronto Soccorso che lo hanno dimesso gliene hanno parlato.
E poi c’è l’altra domanda: perché il giorno dopo non è venuto?
Perché il dolore era passato?
O perché, per qualche motivo, non si fidava?
Quando si incontrano persone che vivono per strada ci si accorge che il problema non è solo la fragilità o la povertà. Spesso è la distanza.
Una distanza fatta di servizi che non comunicano abbastanza tra loro.
Di informazioni che non arrivano.
Di persone che non sanno dove andare o a chi chiedere.
E’ una distanza fatta soprattutto di solitudine.
Quando si vive ai margini si smette poco alla volta di dare per scontata una cosa che per molti di noi è normale: avere qualcuno che si prende cura di te.
Noi proviamo a stare lì, in quello spazio, a ridurre quella distanza un po’ alla volta.
Anche quando il giorno dopo il paziente non torna.
Perché ogni incontro, anche il più breve, ricorda quanto lavoro ci sia ancora da fare.
E quanto sia necessario continuare a provarci.
CHI SONO
Lucio Boattini, classe 1953.
Ho trascorso tutta la mia vita professionale nel Servizio Sanitario Nazionale. Mi sono formato in Pronto Soccorso, poi per nove anni sono stato medico di famiglia, vivendo il rapporto quotidiano con le persone. Successivamente mi sono dedicato all’Igiene Pubblica e alla prevenzione, imparando a guardare alla salute non solo come cura della malattia, ma come responsabilità collettiva.
Negli ultimi vent’anni della mia attività sono stato soprattutto un “medico dell’organizzazione”: ho diretto il Servizio Materno Infantile e il Distretto sociosanitario di Forlì, lavorando per costruire una sanità territoriale efficace, fatta di équipe competenti e servizi accessibili.
Quando mio padre mi chiedeva perché avessi studiato Medicina se poi non “curavo” direttamente i pazienti, gli spiegavo che il mio lavoro era creare le condizioni perché tutti potessero trovare risposte ai loro bisogni di salute vicino a casa, senza ostacoli.
Dal 2018 sono in pensione, ma il mio impegno continua in Salute e Solidarietà, associazione alla cui nascita ho contribuito. Come volontario e direttore sanitario dell’ambulatorio metto a disposizione l’esperienza maturata nel servizio pubblico, cercando ogni giorno di tenere vivo il legame tra il sistema sanitario e le persone che rischiano di restarne ai margini.
Puoi sostenere i servizi ed i progetti della nostra associazione con una donazione diretta o attraverso il tuo 5×1000. Visita salesol.org/donazioni per ulteriori informazioni.


